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UNA COSTITUZIONE GIOVANE...UNA LEGGE SUPERATA - Il 1° gennaio 1948 entra in vigore la nostra CARTA COSTITUZIONALE, l'11 luglio 1978 entra in vigore la legge sui principi della disciplina militare . - di Antonella Manotti

sabato 26 marzo 2011   Opinioni

In questi oltre trent’anni, perché le regole fondamentali dell’ordinamento costituzionale – patrimonio di tutti i cittadini – non hanno trovato, nel mondo militare, piena attuazione?


Questa nota l’ho scritta in occasione dell'anniversario per i 60 anni della nostra Costituzione ma, data l’attualità del tema, intendo riproporla ai lettori del sito.

“ Il 1° gennaio 1948 entrava in vigore la Costituzione Italiana;
l’11 luglio 1978 veniva emanata la legge 382, sulle “Norme di principio della disciplina militare”.
60 anni la Costituzione, 30 anni, la legge.
La prima, non è affatto datata; anzi, a distanza di anni, il suo spirito non è cambiato ed ha continuato ad assolvere un compito fondamentale: quello di dettare le regole del vivere comune, ad essere pilastro della democrazia uscita dai lutti, dalle macerie e dalle lacerazioni della seconda guerra mondiale.
Quegli intenti furono trasferiti dai Costituenti, nei 139 articoli e 18 disposizioni transitorie della Carta.

La seconda, invece, la cosiddetta legge sui Principi, mostra tutti i suoi limiti, pur rappresentando in quegli anni, una importante tappa nel processo di democratizzazione delle Forze Armate.
Anni di grandi cambiamenti. Movimenti sociali e politici scuotevano il tessuto nazionale ed anche nel
mondo militare, pur tra grandi difficoltà, si fece strada un movimento riformatore che rivendicava più diritti e dignità per il “lavoratori” con le stellette.
La 382 rappresentò una risposta, seppur parziale, a queste istanze, aprendo un percorso democratico che avrebbe dovuto trovare, nella istituzione della rappresentanza militare, il veicolo per far camminare e progredire la partecipazione democratica dei cittadini militari, le cui istanze erano rimaste fino ad allora “custodite” e gestite, come questioni interne ad un corpo separato dello Stato.
I limiti della legge, ma ancor più, le norme che regolamentarono il funzionamento degli organismi di rappresentanza, rivelarono ben presto, l’incapacità delle stesse Rappresentanze, di poter assolvere compiutamente quel ruolo di tutela in grado di rendere “fruibili”, anche ai cittadini militari, i diritti costituzionali.
In particolare, quelli sanciti dagli articoli 3,18,21 e 39 della carta Costituzionale.
Molte le resistenze, tanti gli ostacoli frutto di atteggiamenti di conservazione e di chiusura provenienti dall’interno della struttura militare, ma anche debolezza della politica, che non fu in grado di esercitare quel “controllo democratico” sugli atti applicativi della legge e sulla possibilità che, ai cittadini militari non venissero negati i diritti costituzionali.
Sarebbe stato opportuno avere in mente, sempre, l’art. 52 della Carta, laddove si afferma che “L’ordinamento delle FF.AA. si informa allo spirito democratico della Repubblica.”
Sarebbe stato sufficiente comprendere che la Costituzione, non è solo la carta fondamentale su cui si fonda la vita collettiva di una Nazione. Essa prefigura anche un modello di società. E, se la società italiana, in questi 60 anni, si è sviluppata in maniera democratica, pluralista e partecipata, lo si deve in gran parte alla Costituzione del ’48.
Le norme in essa contenute, ispirate ai principi della solidarietà, della pace, dell’uguaglianza e della libertà, hanno sostenuto ed agevolato tale sviluppo.
Perché, non avrebbero dovuto consentire tutto ciò, anche ai militari, che pur fanno parte di questa comunità nazionale?
In questi oltre trent’anni, perché le regole fondamentali dell’ordinamento costituzionale – patrimonio di tutta la comunità – non hanno trovato, nel mondo militare, piena attuazione?
A distanza di anni, ci si imbatte ANCORA, in procedimenti disciplinari che limitano di fatto la libertà di espressione, anche laddove questa è esercitata da delegati della RM; si assiste ad un progressivo svuotamento del ruolo delle rappresentanze, relegando i Cocer alla funzione di comparse nei processi decisionali; si limita il diritto associativo garantito e protetto dalla Costituzione e da Convenzioni Internazionali.
E’ quindi arrivato il momento, che la politica rifletta seriamente sui guasti che, tali limitazioni, hanno avuto e stanno avendo nel mondo militare, dove, a fronte di un crescente malessere rispetto alle proprie condizioni sociali ed economiche, i militari vivono ancora in una sorta di apartheid dei diritti.
Ma, un ulteriore riflessione, dovrebbe portare la classe politica a ragionare sulla necessità di “ascoltare” questa categoria, dando impulso a riforme democratiche e partecipate.
Insomma, in un periodo di forte crisi e di erosione della fiducia dei cittadini nelle Istituzioni e nei partiti, occorre che la classe politica la smetta di “navigare a vista”, rimandando dall’oggi al domani, decisioni improrogabili.
Non è più possibile che, per non incrinare fragili equilibri di coalizioni di governo o per non turbare i sonni degli apparati di vertice, non si mettano in gioco idee propositive all’altezza delle sfide del nostro tempo. Come se si potesse ancora andare avanti, per forza di inerzia ed il Paese potesse vivere ed operare al di fuori delle traiettorie evolutive che caratterizzano la società.
Anche quella militare.
Una società più aperta e dinamica, dove tutti abbiano eguali opportunità e possibilità di autorealizzazione.
Solo così si potrà superare l’attuale clima di sfiducia.
Nel mondo indaffarato dei mercati, dell’individualismo, nell’erosione della cultura pubblica prodotta dal consumismo, occorre riscoprire una nuova cultura della cittadinanza e questo, è compito principale delle forze politiche e sociali che vogliono difendere la democrazia.
Se i sistemi politici democratici vogliono riuscire a governare il ritmo rapido dei cambiamenti e la crescente complessità sociale ed economica, la partecipazione di cittadini dovrebbe rappresentare una risorsa indispensabile.
Più partecipazione, significa infatti, più informazioni immesse nel processo decisionale, un apprendimento più efficace da parte del sistema politico e, quindi, politiche migliori.
Tutto ciò vale anche per i cittadini militari.
Negli anni 70, una grande mobilitazione e partecipazione interna alle caserme, portò la politica a misurarsi e a confrontarsi con istanze per lo più sconosciute. Ci furono dibattiti e convegni che riempivano le sale di centinaia di cittadini militari. Fiorirono iniziative editoriali, si organizzavano audizioni parlamentari….Insomma un terreno di “coltura” che andrebbe rivitalizzato, anche attraverso l’apporto del mondo associativo che, nella società, esprime occasioni di confronto e strumenti di partecipazione che, spesso, all’interno delle caserme non trovano opportunità di affermazione.
Anche per ridare slancio, vitalità e spessore alla attività stessa della rappresentanza e di chi vi fa parte.
Un modello rappresentativo, come l’attuale, non risponde più a quei principi costituzionali che, pur se sono trascorsi 60 anni, mostrano di essere molto più adeguati e lungimiranti rispetto a leggi più recenti.
E sicuramente, c’è molto da imparare dalle modalità con le quali sessant’anni fa venne approvata la nostra Costituzione e dal clima di quegli anni, che spinse le tre principali anime dell’Assemblea Costituente, quella cattolica, quella social comunista e quella liberale, allora estremamente lontane fra loro, a concordare sulle regole fondamentali del vivere comune, in nome di un obiettivo più alto.
Ritrovare quello spirito, è una necessità, ampliando gli spazi democratici; per costruire un Paese più civile e fondato sui valori della pace e della solidarietà.
A tutto ciò, possono e debbono contribuire anche i cittadini militari, perché anche essi sono attori della politica non solo quando votano, ma anche nella vita quotidiana. Ed hanno il diritto di difendere, al pari degli altri cittadini, i loro interessi che, per la funzione da essi svolta, coincidono con quelli del Paese.

Antonella Manotti
Direttore de' Il Nuovo Giornale dei Militari"
Vice Pres. Comitato Articolo 52"